Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, XI-XII

Card. Prospero Lambertini / Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa 11-12

Dell’altare e degli ornamenti dello stesso,
per potervi celebrare la santa messa.

Card. Prospero LambertiniXI. L’altare in cui si dee celebrar il sacrifizio della messa deve esser di pietra, e deve essere stato consagrato dal vescovo; o se l’altare non è di pietra, deve esservi almeno la pietra sacra, consacrata pure dal vescovo, che sia tanto grande, che sopra di essa possano stare e l’ostia e la maggior parte del calice. L’altare deve esser coperto di tre bianche tovaglie benedette dal vescovo o da altri che abbiano l’autorità di benedirle. La tovaglia superiore deve essere lunga, ed arrivare fino a terra: e le due altre più brevi; potendo anche bastare una sola, purché sia raddoppiata. Vi deve essere il palio di colore quanto si può conveniente alla festa o all’officio. Nel mezzo dell’altare vi deve esser la croce, e vi debbono essere almeno due candellieri colle candele accese da una parte, e dall’altra della croce. Deve essere appié della croce la tabella, che si domanda delle segrete. Nella parte dell’altare ove si legge l’epistola vi deve essere un cuscino, ove si pone il messale; e nella stessa parte dell’epistola vi deve essere un cereo da accendersi quando s’innalza il Sacramento. Deve esservi pure un piccolo campanello da suonare nella stessa occasione: e vi deve essere un fazzoletto o sia uno sciugatoio in una fenestrella, o in una piccola mensa preparata, con cui il sacerdote s’asciuga le mani, dopo che se le ha lavate.

XII. Questo è quanto si contiene nella rubrica del messale. E noi procurando di esornarla, diciamo in primo luogo, ritrovarsi nella legge di natura memoria dell’altare e della di lui consecrazione. Nella Genesi al cap. 28 si espone la celeste visione che ebbe Giacobbe mentre dormiva; e si dice, che risvegliatosi, “tulit lapidem, quem supposuerat capiti suo, et erexit in titulum, fundens oleum desuper”. Il Vert pretende che fosse unta la pietra da Giacobbe, non per consagrarla, ma per segno della visione che ivi aveva avuta, ed acciò ritornando al detto luogo, e ritrovando la pietra unta d’olio, avesse occasione di ricordarsi della visione. Ma molto a proposito si ride di lui il Tournely nel tom. 2 De Eucharistia della stampa di Parigi alla pag. 396 essendo cosa impercettibile, che dopo, per esempio, vent’anni avesse potuto Giacobbe riconoscere dall’olio rimasto sulla pietra il luogo ove aveva avuta la visione, mentre l’olio o dal sole o dall’aria non poteva non essere stato affatto seccato. Epperò più giudiziosamente il Calmet sopra il cap. 28 della Genesi sotto il num. 18 osserva, che dall’unzione che fece Giacobbe coll’olio, ha avuta origine la sacra funzione d’adoprare l’olio nella consecrazione delle chiese e degli altari.

 

Cfr. P. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 12-13.

 

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