Nihil novetur nisi quod traditum est (san Cipriano). Il 22 febbraio 2025 a Napoli conferenza del card. Müller

Il 22 febbraio 2025 alle 18 a Napoli presso l’Hotel Renaissance Mediterraneo (Largo Ponte di Tappia 25) il card. Gerhard Ludwig Müller terrà una conferenza del titolo «Nessuna novità è possibile senza la Tradizione».

L’evento è organizzato dalla Sezione di Napoli di Una Voce Italia unitamente alla Fondazione Il Giglio e ai Coetus Fidelium della Diocesi di Napoli San Paolo Maggiore e Sant’Andrea Avellino, San Ferdinando, Santa Maria della Vittoria.

Interverranno Marina Carrese presidente della Fondazione Il Giglio, Nicla Cesaro presidente di Una Voce Napoli, Antonio Sembiante, Guido Vignelli, Vito Vinceslao. Info +39 366 4823402.

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Alfredo Ildefonso Schuster, Settuagesima

DOMENICA IN SETTUAGESIMA
Stazione a San Lorenzo fuori le mura

 

L’uso orientale considerava siccome festivi, ed esenti quindi dal digiuno quaresimale, il sabato e la domenica; onde a compiere la sacra quarantena, i greci anticiparono l’astinenza d’alcune settimane, e sin dall’odierna domenica cominciarono il ciclo penitenziale coll’interdirsi l’uso delle carni. Nella seguente settimana essi rinunzieranno anche ai latticini, e finalmente nel lunedì di quinquagesima comincieranuo il rigoroso digiuno in preparazione alla Pasqua.

Presso i latini la pratica fu fluttuante. Incominciando il ciclo quaresimale colla prima domenica di quaresima, si hanno in realtà, come ben osserva san Gregorio Magno, quaranta giorni di preparazione, ma di questi, solo trentasei consacrati al digiuno. A supplire i quattro giorni mancanti, le persone religiose, gli ecclesiastici, assai per tempo cominciarono l’astinenza dalle carni il lunedì di quinquagesima (in Carnis privio o in Carne levario = Carnevale); bisogna però attendere sino al tempo di san Gregorio Magno per ritrovare nell’antifonario la consacrazione liturgica del caput ieiunii il mercoledì di quinquagesima.

Ma la pietà dei devoti non si appagò di questi soli quattro giorni suppletori. I Greci cominciavano prima, onde, convivendo con essi durante il periodo bizantino a Roma, bisognava che i nostri non si mostrassero da meno di loro. San Gregorio quindi istituì, o dette almeno forma definitiva a un ciclo di tre settimane preparatorie alla quaresima, con tre solenni stazioni alle basiliche patriarcali di San Lorenzo, di San Paolo e di San Pietro, quasi a porre il digiuno pasquale sotto gli auspici dei tre grandi Patroni della Città Eterna.

Il ciclo stazionale incomincia oggi, ma con ordine inverso dalla basilica di San Lorenzo, la quale occupa solo il quarto luogo tra le basiliche papali. La cagione si è che non conveniva di spostare la stazione inaugurale di quaresima dal Laterano, dove effettivamente sin dal iv secolo i Pontefici furono soliti d’immolare il sacrificium quadragesimalis initii, come s’esprime il Sacramentario.

Sembra che le tre messe di settuagesima, sessagesima e quinquagesima datino dal periodo Gregoriano, giacchè esse riflettono perfettamente il terrore e la mestizia che aveva invasi gli animi dei Romani, in quelli anni in cui sembrava che la peste, la guerra e i terremoti volessero radere al suolo l’antica regina del mondo.

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L’introito è tolto dal salmo 17: «Mi oppressero le ambascie di morte e mi avvolsero le reti dello Sceol; io nell’angustia ho chiamato Iahvè, ed egli ascoltò dal suo santo tempio il mio grido».

Da questa domenica sino al giovedì santo nelle messe de tempore si tace l’Inno Angelico, che però in origine non si cantava che a Natale e a Pasqua. In seguito, lo si estese anche a tutte le domeniche fuori di quaresima e alle feste dei Martiri, ma sempre in via d’eccezionale privilegio; cosicchè la colletta che nei giorni di digiuno e di penitenza si ricongiunge direttamente all’invocazione litanica, rappresenta la forma genuina, normale ed ordinaria della litania qual era in uso nell’antica liturgia della messa e dell’ufficio divino.

La colletta tradisce l’incubo di profonda pena che riempiva l’animo di san Gregorio alla desolazione della cosa pubblica di Roma e d’Italia durante il suo pontificato: «Accogli con clemenza, o Signore, le preci del tuo popolo, e mentre a cagione dei nostri peccati meritamente soccombiamo ai flagelli, a gloria del tuo nome ce ne liberi la tua misericordia».

La lezione è tratta dalla lettera ai Corinti (I, ix, 24-27, e x, l-5). Può essere solo effetto di fortuita coincidenza, ma può ancora essere effetto di scelta intenzionale: dopo il lungo cammino compiuto dai fedeli per arrivare a quella stazione suburbana del Verano – cagione per cui talvolta nel medio evo le venne sostituita qualche altra basilica nell’interno della città –, nulla di più appropriato, che il paragonare la vita cristiana ai ginnasti dello stadio, i quali, mediante la snellezza dei loro movimenti e l’agilità delle membra, meritavano la corona nelle gare atletiche.

In conclusione, l’Apostolo viene a dirci che non è il solo fatto d’appartenere a Cristo o a Mosè, quello che ci salva. Gl’Israeliti conseguirono pure tutti quei doni, pane miracoloso, acqua scaturita dalla rupe, passaggio incolume nel Mar Rosso ecc., i quali simboleggiavano i Sacramenti del Patto Nuovo; eppure, di così sterminata schiera, due soli entrarono nella terra promessa. Non è perciò la casta a cui si appartiene quella che ci assicura un posto privilegiato innanzi a Dio, ma sono le buone opere, la lotta che si sostiene per compierle, la fermezza e la costanza nel bene.

Il graduale deriva dal salmo 9: «Ed è Iahvè di rifugio all’oppresso, scampo nell’angustia; e in te fidano quelli che ti conoscono, chè, o Signore, tu non abbandoni chi ti ricerca. Infatti, il povero non andrà sempre dimenticato, la speranza dei tapini non perirà in eterno. Tu sorgi, o Iahvè, non prevalga l’uomo».

Invece del verso alleluiatico, che forse originariamente era una semplice acclamazione dopo l’Evangelo, distinta quindi dalla salmodia o che seguiva la seconda lettura del Nuovo Testamento, oggi si ha il psalmus tractus, che da principio, prima cioè che san Gregorio estendesse l’uso dell’Alleluia a tutte le domeniche fuori di quaresima, faceva parte della salmodia d’ogni sinassi festiva. Salmo 129: «Dal profondo ti chiamo, o Iahvè, odi tu la mia voce. Le tue orecchie siano attente alla prece del tuo servo. Se i delitti tu riguardi, o Iahvè, chi mai resiste? Però teco è la misericordia, e a ragione della tua legge io t’ho atteso, o Signore».

La parabola evangelica (Matth., xx, 1-16) del vignaiuolo e degli operai, allude alla vocazione dei gentili alla fede. Essi sono stati chiamati all’ora undecima della storia dell’umanità, ma, per inscrutabile giudizio della divina misericordia, hanno ricevuto la mercede piena ed abbondante, nè più, nè meno che i Patriarchi e i Profeti dell’ora terza, sesta e nona. San Gregorio, commentando oggi al popolo, adunato in San Lorenzo questa parabola, toccò il profondo mistero della gratuita distribuzione della grazia, la quale ha solo in Dio la sua ragione sufficiente. Al qual proposito, narrò di tre zie sue, vergini consacrate e di ferventi propositi, delle quali due perseverarono, cioè Tarsilla ed Emiliana che sono venerate tra le Sante; la terza invece, Gordiana, violò il suo voto e finì miseramente.

L’offertorio deriva dal salmo 91: «Bello è dar lode a Iahvè, ed inneggiare, o Altissimo, al tuo nome».

La colletta sulle oblate è identica a quella dell’ottava di natale, che è di carattere generico.

L’antifona durante la distribuzione dei Sacri Doni, deriva dal salmo 30: «Fa risplendere il tuo volto sul tuo servo; soccorrimi colla tua grazia. Deh! Signore, che io non resti confuso poscia che t’ho invocato».

La preghiera eucaristica è la seguente: «I tuoi doni, o Signore, confermiuo nella carità i tuoi devoti; onde partecipandone, ognor più ne siano avidi, e l’avidità loro venga saziata con un possesso imperituro».

L’incertezza dell’eterna salute! Cum metu et tremore vestram salutem operamini, come dice san Paolo (Philipp., ii, 12) ecco il frutto dell’odierna meditazione sull’Epistola di san Paolo e sulla parabola del vignaiuolo! Quanti prodigi da Dio operati durante i quarant’anni che Israel trascorse nel deserto! Cibo celeste, acqua miracolosa, nube e colonna di fuoco, il Mar Rosso e il Giordano che si aprono al suo passaggio! Eppure di tante miriadi di beneficati, un gran numero prevaricò, ed appena due conseguirono la mèta. Così, non basta di esser battezzati, d’essere stati chiamati da Dio ad uno stato santo, alla dignità sacerdotale, d’essere divenuto l’oggetto delle sue speciali compiacenze mediante il facile accesso ai santi Sacramenti, ad ascoltare la divina parola. Occorre sforzarsi, operamini; bisogna battere la via angusta che conduce alla vita; bisogna imitare i pochi, cioè i Santi, per salvarsi coi pochi. Queste grandi massime evangeliche, quanta maggior forza acquistano quando vengono meditate, come nell’odierna stazione, presso le tombe degli antichi Martiri che, pur di giungere al Cielo, hanno sacrificato ricchezze, giovinezza e vita!

 

Cfr. A. I. Schuster, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano, – III. Il Testamento Nuovo nel Sangue del Redentore (la Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua), Torino-Roma, Marietti, 1933, pp. 29-32.

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, XLIV-XLVII

Card. Prospero Lambertini / Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa 44-45-46-47

[Stola]

Card. Prospero LambertiniXLIV. Il quinto sacro indumento è la stola. Della stola parlasi nel testamento vecchio come d’un intero vestimento. Così nella Genesi al cap. 41. «Vestivitque cum stola bissina»; e nel cap. 45. «Singulis quoque proferri iussit binas stolas»; e nel libro d’Ester al cap. 6. «Tulit itaque Aman stolam et equum» e la parabola del figliuol prodigo comprova questo medesimo assunto. Appresso i profani la stola significa la veste della donna: e però Cicerone deserivendo i costumi effeminati di Marcantonio disse nella seconda filippica «Sumpsisti virilem togam, quam statim muliebrem stolam reddidisti». Era la stola una veste lunga che copriva tutto il corpo: e questa veste avea preso il nome di stola,
perchè al di lei lembo v’era una certa fascia, che dicevasi stola.

XLV. La nostra stola chiamasi anche orarium: per lo che nella Gemma animae al lib. 1 cap. 204 si legge: «Deinde circumdat collum suum stola, quae et orarium dicitur»: ed in Rabano Mauro al lib. 1 cap. 19 «Quintum est, quod orarium dicitur, licet hoc quidam stolam vocent», e nel pontificale e nella Vita del pontefìce Agatone: «Ea hora sancta synodus una cum principe eius orarium auferri iusserunt a collo eius», cioè di Maccario Antiocheno. La parola orario si trova pure appresso i gentili per esprimere un fazzoletto da asciugarsi la faccia: riferendo Flavio Vobisco nella Vita d’Aureliano che donò «oraria populo romano, quibus uteretur populus ad favorem», cioè alzando in aria, ed acclamando il principe con voci, ed acclamazioni di gioia: ed è d’uopo, che
appresso i profani l’orario fosse più lungo che largo a somiglianza d’una fascia, mentre Gregorio turonense nel lib. 3 delle Storie al cap. 5 raccontando, che Sigismondo re de’ borgondi fece uccidere il proprio figlio nel tempo, che dormiva, così descrive il fatto: «Dormienti orarium suum collo positum, ac sub mento ligatum, trahentibus ad se invicem duobus pueris, suffocatus est».

XLVI. Il dotto cardinal Bona nel lib. 1 Rer. liturgic. al cap. 24 n. 6 dice, aver la nostra stola avuta l’etimologia da quella fascia, ch’era nel lembo di quella lunga veste, che copriva il corpo delle donne, la qual fascia, come si è detto, chiamavasi stola, e che pure la nostra stola è stata chiamata, e si chiama orarium, traendo l’etimologia dall’orario che appresso i profani, come abbiamo poc’anzi accennato, significava una fascia più lunga, che larga. Altri vogliono, che la parola orarium cavi la sua origine dalla parola ora, che significa la falda della veste. Così il P. Le Brun al tom. 1 pag. 50. Così il Vert al tom. 2 pag. 326. Ma, ciocchè siasi di questa non molto importante controversia, concluderemo per ora il punto della stola col dire, che la stola, l’uso della quale è antichissimo nella Chiesa essendovene le pruove più antiche di mille e trecento anni, come ben dimostra il cardinal Bona nel luogo citato, portavasi da’ vescovi sempre, ed in ogni luogo, che lo stesso facevasi dai sacerdoti e che i diaconi la portavano sempre e da per tutto, ma nel primo anno della loro ordinazione. Di san Fulgenzio leggesi, che per conservare nel vescovado la pratica della vita monastica, non si servì mai della stola, come facevano gli altri vescovi. Nella vita di s. Tommaso Cantuariense scritta da Giovanni Sarisberiense così si legge: «stolam tamen iugum Christi suave circa collum diebus ac noctibus habebat». Nel concilio di Magonza dell’813 al cap. 28 così fu risposto: «Ut presbyteri sine intermissione utantur orario propter differentiam sacerdotii dignitatis». Nella vita di s. Mauro abate scritta in prosa vien riferito quanto in appresso: «stolam, cum qua eodem anno, iubente beato magistro suo, ordinatus ad ministerium fuerat leviticum, et quam iuxta morem sanctitatis gratia primo indesinenter ferebat anno, de collo suo protulit, et super caput infirmi crucis signum faciens posuit». Lo stesso pure vien detto nella vita di s. Mauro scritta in versi:

Plorat, et exorat, veniam dum fletibus orat
Deponendo stolam, quam toto tempore carat
Anni portabat, quam sic vehementcr amabat,
Quod sublimatus, quod erat levita creatus.

XLVII. Provano i documenti poc’anzi riferiti l’assunto, come ben anche riflettono il P. Mabillon nella Prefazione al secolo primo benedettino, al num. 108, ed il Du Cange nella parola stola. Ed oggidì il s0lo romano pontefice è quello che ha mantenuto l’antico costume dei vescovi e dei sacerdoti di portar sempre la stola; ed anticamente la stola era più lunga della nostra; vedendosi ancor oggi in un mosaico di s. Maria in Trastevere dipinto s. Coleponio prete colla stola fino ai piedi conforme ben osserva il Giorgi De liturgia romani pontificis al lib. 1 cap. 20 num. 6.

 

Cfr. P. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 39-41.

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6 gennaio 2025 Epifania


Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.

 

6 Gennaio ottavo delle Idi

Lunedì

Epifania del Signore

Doppio di prima classe con Ottava privilegiata di II ordine. Paramenti bianchi. Messa «Ecce advénit». Stazione a S. Pietro.

 

FESTA MOBILIA
in Epiphania Domini
post Evangelium Missae sollemnis
sic praenuntiantur

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die décima sexta Februárii erit Domínica in Septuagésima.

Quinta Mártii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Vigésima prima Aprílis sanctum Pascha Dómini Nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis.

Vigésima nona Maji erit Ascénsio Dómini Nostri Jesu Christi.

Octáva Júnii erit Festum Pentecóstes.

Undevigésima ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Trigésima Novémbris Domínica prima Advéntus Dómini Nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in saécula sæculórum. Amen.

 

 

Die  6 Januarii

IN   EPIPHANIA   DOMINI

Duplex I classis cum Octava privilegiata II Ordinis

Statio ad S. Petrum

         Introitus                                                                    Malach. 3, 1; I Par. 29, 12

ECce advénit dominátor Dóminus : et regnum in manu ejus et potéstas et impérium. Ps. 71, 1. Deus, judícium tuum Regi da : et justítiam tuam Fílio Regis. V). Glória Patri. Ecce.

Oratio

DEus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti : concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur. Per eúndem Dóminum.

Léctio Isaíæ Prophétæ
Is. 60, 1-6

SUrge : illumináre, Jerúsalem : quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos : super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur. Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide : omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi : fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha : omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

Graduale. Ibid., 6 et 1. Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes. V). Surge et illumináre, Jerúsalem : quia glória Dómini super te orta est.

Allelúja, allelúja. V). Matth. 2, 2. Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Matthaéum             Matth. 2, 1-12

CUm natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes : Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vídimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes príncipes sacerdótum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nascerétur. At illi dixérunt ei : In Béthlehem Judae : sic enim scriptum est per Prophétam : Et tu, Béthlehem terra Juda, nequáquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israël. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis : et mittens illos in Béthlehem, dixit : Ite, et interrogáte diligénter de púero : et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, (hic genuflectitur) et procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et respónso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per áliam viam revérsi sunt in regiónem suam.

Credo.

Offertorium. Ps. 71, 10-11. Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent : reges Arabum et Saba dona addúcent : et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.

Secreta

ECclésiæ tuæ, quaésumus, Dómine, dona propítius intuére : quibus non jam aurum, thus et myrrha profértur; sed quod eísdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster : Qui tecum.

Præfatio et Communicántes propria : quæ dicuntur per totam Octavam, juxta Rubricas.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pa­ter omnípotens, ætérne Deus. Quia, cum Unigénitus tuus in substántia nostræ mortalitátis appáruit, nova nos immortalitátis suæ luce reparávit. Et ídeo, cum Ange­lis et Archángelis, cum Thronis et Dominatióni­bus, cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Matth. 2, 2. Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.

Postcommunio

PRæsta, quaésumus, omnípotens Deus : ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intelligéntia consequámur.

Infra Octavam Missa dicitur ut in Festo, additis Orationibus pro diversitate Temporum assignatis, ut supra.

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25 dicembre 2024 S. Natale


Læténtur cæli et exsúltet terra ante fáciem Dómini : quóniam venit.

 

25 Dicembre ottavo delle Calende di Gennaio

Mercoledì

Natività di Nostro Signore Gesù Cristo

Doppio di prima classe con Ottava privilegiata di III ordine. Paramenti bianchi.
Prima Messa della Notte «Dóminus dixit». Staz. a S. Maria maggiore al Presepe.
Seconda Messa dell’Aurora «Lux fulgébit». Stazione a S. Anastasia.
Terza Messa del Giorno «Puer natus». Stazione a S. Maria maggiore.

 

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Messe tridentine di Natale a Udine

Per le cure della Sezione di Udine il 24 dicembre 2024 alle 22 sarà cantata la Messa di Mezzanotte alla chiesa di S. Bernardino (Via Ellero angolo Viale Ungheria, Udine). Sarà eseguita la Missa Tertia di Michael Haller, mottetti di Antonio Foraboschi e canti della tradizione natalizia.

Nella stessa chiesa il 25 dicembre 2024 alle 10 sarà cantata la Messa del giorno di Natale accompagnata dalla Missa Te Deum laudamus di Lorenzo Perosi e mottetti di A. Foraboschi.

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8 dicembre 2024 Immacolata Concezione

Immacolata Concezione della B. V. Maria
Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja

 

8 dicembre sesto delle Idi

Domenica Seconda di Avvento

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Doppio di prima classe con Ottava comune. Messa «Gaudens gaudébo».
Seconda orazione e ultimo Vangelo della Domenica.

 

DIE  8  DECEMBRIS

IN  CONCEPTIONE  IMMACULATA

BEATÆ  MARIÆ  VIRGINIS

 Duplex I classis cum Octava communi

Introitus                                                                                          Is. 61, 10

GAudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo : quia índuit me vestiméntis salútis : et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis. Ps. 29, 2. Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me : nec delectásti inimícos meos super me. V). Glória Patri. Gaudens.

Oratio

DEus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti : quaésumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas. Per eúndem Dóminum.

Et fit Commemoratio Dominicæ :

Oratio

EXcita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias : ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur : Qui tecum.

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov. 8, 22-35

DÓminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram : necdum fontes aquárum erúperant : necdum montes gravi mole constíterant : ante colles ego parturiébar : adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat cælos, áderam : quando certa lege et gyro vallábat abýssos : quando aéthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum : quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos : quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens : et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore : ludens in orbe terrárum : et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me : Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas cotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

Graduale. Judith 13, 23. Benedícta es tu. Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram, V). Ibid. 15, 10. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

Allelúja, allelúja. V). Cant. 4, 7. Tota pulchra es, María : et mácula originális non est in te. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Lucam                     Luc. 1, 26-28

IN illo témpore : Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilaéæ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit : Ave, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus.

Credo, per totam Octavam.

Offertorium. Luc. 1, 28. Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja.

Secreta

SAlutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta : ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Dominicæ :

Secreta

PLacáre, quaésumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis : et ubi nulla súppetunt suffrágia meritórun, tuis nobis succúrre præsídiis. Per Dóminum.

Præfatio de B. Maria Virg. Et te in Conceptióne immaculáta : quæ dicitur per totam Octavam in omnibus Missis, quaæ non sint de Tempore neque aliam Præfationem exigant, juxta Rubricas.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus : Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit : et virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli, cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Gloriósa dicta sunt de te, María : quia fecit tibi magna qui potens est.

Postcommunio

SAcraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster : illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Dominicæ :

Postcommunio

REpléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur : ut, hújus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cæléstia. Per Dóminum.

Evangelium Dominicæ in fine :

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Matthaéum          Matth. 11, 2-10

IN illo témpore : Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi : Tu es, qui ventúrus es, an álium exspectámus? Et respóndens Jesus, ait illis : Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis, et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur : et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, cœpit Jesus dícere ad turbas de Joánne : Quid exístis in desértum vidére? arúndinem vento agitátam? Sed quid exístis vidére? hóminem móllibus vestítum? Ecce qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére? prophétam? Etiam dico vobis, et plus quam prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est : Ecce ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te.

Infra Octavam Missa dicitur ut in Festo, sed pro 3ª Oratione, juxta diversitatem Temporum assignata, dicitur Oratio de Spiritu Sancto.

 

Pubblicato il Calendario | Commenti disabilitati su 8 dicembre 2024 Immacolata Concezione

Una Voce Notiziario 93-94 ns (2024)

Bollettino trimestrale UNA VOCE Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana Aprile-Settembre 2024 N. 93-94 Nuova Serie [223-224 dell’intera collezione].

INDICE

01. Fabio Marino, Endlösung?, pp. 1-3
02. AI LETTORI, p. 3
03. In difesa della Messa antica. Lettera del card. Sandoval a papa Francesco, p. 3
04. Messa in latino a rischio. Appello al Papa di 48 personalità britanniche, p. 4
05. Massimo Pallottino, Il minacciato divieto della Messa tradizionale … , p. 4
06. Christine Mohrmann, Il latino liturgico. Le sue origini e il suo carattere. Tre lezioni II, pp. 5-14
07. Don Rino Lavaroni. Ricordo dello storico cappellano della Messa in rito antico a Udine, pp. 15-17 link
08. XIII Pellegrinaggio ad Petri Sedem, p. 17
09. CONOSCERE LA SACRA LITURGIA (n. 10)
10. Xavier Barbier de Montault, La borsa, pp. 18-19
11. NOTITIAE (nn. 12-13)
12. Un giorno storico per Norcia: il monastero diventa abbazia, p. 19 link
13. Papa Francesco riceve in udienza privata mons. Gilles Wach, priore generale dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, p. 20 link
14. VITA DELL’ASSOCIAZIONE (nn. 15-18)
15. Una Voce Italia, p. 20
16. Una Voce Napoli, p. 20
17. Una Voce Pordenone, p. 21
18. Una Voce Udine, p. 21
19. CALENDARIO LITURGICO, pp. 22-26
20. IN MEMORIAM (n. 21-22)
21. don Rino Lavaroni, p. 27
22. Ornella Masi, p. 27
23. In Dedicatione S. Michaëlis Archangeli, p. 27
24. Sommario, p. 28.

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Il card. Sandoval e Sir James MacMillan ricevono dalla FIUV la medaglia De Saventhem

La Federazione Internazionale Una Voce ha conferito la medaglia Eric de Saventhem al card. Juan Sandoval Íñiguez, arcivescovo emerito di Guadalajara, e al compositore scozzese Sir James MacMillan per il loro eccezionale contributo alla conservazione e promozione della Messa tradizionale.

Il 18 settembre 2024 a Londra il presidente della FIUV Joseph Shaw ha consegnato la medaglia a Sir James MacMillan, riconoscendogli l’alto merito di promuovere la sacralità della musica liturgica cattolica.

Il 23 ottobre la medaglia De Saventhem è stata consegnata al card. Sandoval dal vicepresidente della Federazione Felípe Alanís Suárez nel corso di una cerimonia che ha avuto luogo nella residenza del Porporato a Città del Messico.

La medaglia De Saventhem, che prende il nome dal fondatore e primo presidente della FIUV Eric de Saventhem, era stata conferita in passato al card. Darío Castrillón Hoyos e a Vladimir Ashkenazy, l’ultimo firmatario sopravvissuto della petizione del 1971 in difesa della Messa tradizionale. 

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Napoli, 22 novembre 2024. Convegno Il Motu proprio Traditionis custodes e la sua applicazione nella diocesi di Napoli

La Sezione di Una Voce Napoli e la Fondazione Il Giglio, con la partecipazione dei coetus fidelium per la Messa tridentina San Gaetano e Sant’Andrea Avellino, San Ferdinando, Santa Maria della Vittoria, hanno organizzato il convegno «Il Motu proprio Traditionis custodes e la sua applicazione nella diocesi di Napoli».

Il convegno avrà luogo il 22 novembre 2024 alle 18 presso l’Hotel Renaissance Mediterraneo (Largo Ponte di Tappia 25 Napoli). Intervengono don Nicola Bux, Nicla Cesaro presidente di Una Voce Napoli, Antonio Sembiante, Guido Vignelli, Vito Vinceslao, coordina l’incontro Marina Carrese della Fondazione Il Giglio.

La recente chiusura di alcune Messe tridentine in alcune chiese napoletane sarà al centro degli argomenti trattati nella manifestazione.

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